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Bassa autostima: segnali, cause e come migliorarla

Quando ogni errore diventa un giudizio su di te, riconoscere le tue qualità può essere difficile. Scopri i segnali della bassa autostima e alcuni passi concreti per affrontarla.

A cura di
Neuropsicologo · Psicotraumatologo · Docente universitario · OPL 20500
Pubblicato il · Aggiornato il
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Stato editoriale
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Tempo di lettura
12 min
Bassa autostima: segnali, cause e come migliorarla. Una donna osserva la propria immagine allo specchio.
La bassa autostima, in breve

La bassa autostima è una valutazione prevalentemente negativa del proprio valore: gli errori sembrano confermare un’inadeguatezza personale, mentre qualità e risultati passano in secondo piano. Può influire sulle scelte, sul lavoro e sulle relazioni. Non costituisce, da sola, una diagnosi. Per affrontarla si può iniziare riconoscendo i giudizi automatici e sperimentando modi più equilibrati di considerarsi e di agire.

  • Un errore o una prestazione non definiscono il valore di una persona.
  • Osserva quanto spesso ti svaluti e quali conseguenze ha sulle tue scelte.
  • Piccoli esperimenti quotidiani possono aiutare; se la difficoltà persiste o limita la vita, chiedi un confronto professionale.

Hai svolto un lavoro con attenzione. Arriva una richiesta di modifica e, prima ancora di capire cosa vada rivisto, pensi: «Non sono capace». Le parti riuscite scompaiono. Rimane quella correzione, che sembra raccontare tutto di te.

Un episodio del genere può capitare a chiunque. La difficoltà merita attenzione quando diventa il modo abituale di interpretare ciò che accade: ogni ostacolo conferma un difetto, ogni risultato positivo viene attribuito alla fortuna.

Capire come aumentare l’autostima significa lavorare su questo passaggio: imparare a valutare una situazione senza trasformarla ogni volta in un giudizio su tutta la propria persona.

Che cos’è l’autostima e come si distingue dalla fiducia nelle proprie capacità

L’autostima riguarda la considerazione che hai di te e il valore che ti attribuisci. L’autoefficacia riguarda invece quanto ti senti capace di affrontare una determinata attività. Sono aspetti collegati, ma diversi.

Puoi essere inesperto in una lingua straniera e conservare una buona considerazione di te. Oppure puoi essere competente nel lavoro, ricevere apprezzamenti e continuare a sentirti poco degno di stima.

La distinzione orienta anche ciò di cui hai bisogno. Se non sai usare un programma, può servirti formazione. Se concludi che non meriti rispetto perché non lo sai usare, c’è anche un giudizio personale da comprendere.

Un’autostima equilibrata lascia spazio a capacità, limiti ed errori. Permette di riconoscere una difficoltà, chiedere aiuto o rimediare, senza ridurre la propria identità a ciò che è andato male.

Autostima: il valore che ti attribuisci come persona. Autoefficacia: quanto ti senti capace in un compito. Puoi imparare senza svalutarti.

Bassa autostima: i segnali da osservare

La bassa autostima può manifestarsi attraverso autocritica frequente, confronti sfavorevoli e un forte bisogno di conferme esterne. Conta osservare quanto spesso accade, in quali situazioni e quanto limita la vita quotidiana.

Alcuni esempi aiutano a riconoscere il meccanismo:

  • Una correzione diventa un’etichetta. «Questo passaggio va rivisto» si trasforma in «Sono un incapace».
  • I risultati vengono sminuiti. Hai risolto un problema, ma pensi che fosse troppo facile o che chiunque avrebbe fatto meglio.
  • Rinunci prima di provare. Vorresti proporti per un’attività, ma immagini di non essere all’altezza e scarti la possibilità.
  • L’approvazione altrui pesa molto. Un complimento ti rassicura per poco; una critica rimette in discussione tutto.
  • I tuoi bisogni passano spesso in secondo piano. Accetti un impegno indesiderato perché esprimere una preferenza ti sembra una pretesa eccessiva.
  • Ti confronti in modo sbilanciato. Metti accanto le tue difficoltà quotidiane e i risultati migliori che vedi negli altri.

Questi esempi non formano un test diagnostico. Un comportamento isolato può avere molte spiegazioni: restare in silenzio durante una riunione, per esempio, può dipendere dalla stanchezza, dal contesto o dalla scelta di ascoltare.

Anche nelle relazioni il punto da osservare è il significato che attribuisci agli eventi. Un disaccordo può diventare «Non sono una persona amabile»; una richiesta di spazio può essere interpretata come prova di non contare abbastanza. Sono possibili letture, da verificare nel contesto della relazione, senza presumere che ogni difficoltà dipenda dall’autostima.

Segnali da osservare: autocritica frequente, risultati sminuiti, rinuncia prima di provare e continue conferme. Conta quanto accade e quanto ti limita; non è un test.

Da cosa può dipendere la bassa autostima

Non esiste una causa unica. La considerazione di sé si sviluppa attraverso esperienze personali, relazioni e messaggi ricevuti nel tempo. Possono contribuire critiche ripetute, svalutazioni, esclusione, bullismo o aspettative difficili da soddisfare. Anche esperienze successive, come una perdita, una malattia o una fase di forte stress, possono incidere.

Queste esperienze non producono lo stesso effetto in tutti. Ricostruire la propria storia può aiutare a capire da dove arrivino certe convinzioni; attribuire ogni difficoltà all’infanzia, però, rischia di trascurare ciò che accade oggi.

Una domanda utile è: «Quali esperienze possono aver favorito questa idea di me, e quali abitudini continuano a rinforzarla?». Le origini e i meccanismi che mantengono una difficoltà non coincidono necessariamente.

Il circolo tra svalutazione ed evitamento

Immagina di voler intervenire durante un incontro. Pensi che la tua osservazione sarà giudicata banale, rimani in silenzio e provi sollievo. Più tardi concludi: «Non ho mai niente di interessante da dire».

L’evitamento ha ridotto il disagio nell’immediato, ma non ti ha permesso di verificare la previsione. In alcune situazioni, questo meccanismo contribuisce a mantenere la sfiducia.

Anche l’abitudine a ripassare mentalmente ogni errore può occupare molto spazio. Se continui a tornare su una conversazione o una scelta passata, può essere utile approfondire il tema della ruminazione mentale.

Un possibile circolo: temo il giudizio, evito di espormi, provo sollievo subito e non verifico la mia previsione. Non è una regola per tutti.

Quando il valore personale dipende dal fare tutto bene

Una regola come «Valgo soltanto se non sbaglio» rende difficile sentirsi soddisfatti: anche un buon risultato lascia aperta la ricerca del difetto.

La ricerca distingue il desiderio di raggiungere standard elevati dalla preoccupazione per gli errori e per le valutazioni negative. Una meta-analisi del 2024 ha rilevato un’associazione tra queste preoccupazioni perfezionistiche e una minore autostima. Avere ambizioni, da solo, non equivale quindi ad avere un problema di autostima.

Il punto da osservare è se riesci a riconoscerti degno di considerazione anche quando la prestazione è incompleta, ordinaria o deludente.

Bassa autostima, ansia e depressione: quali differenze

La bassa autostima riguarda il giudizio su di sé. Nell’ansia possono prevalere paura, preoccupazione ed evitamento; nei quadri depressivi possono comparire umore depresso e perdita di interesse. Questi aspetti possono intrecciarsi, ma sentirsi poco capaci o poco degni di considerazione non basta a diagnosticare un disturbo.

Queste difficoltà possono comunque essere associate. Una meta-analisi di studi longitudinali ha rilevato relazioni nel tempo tra autostima, sintomi depressivi e ansia. Queste associazioni non dimostrano, da sole, un rapporto di causa ed effetto e non significano che chi ha poca autostima svilupperà necessariamente un disturbo.

Se il problema principale è la paura di essere osservati, criticati o umiliati, è utile considerare anche il tema dell’ansia sociale. Un confronto professionale può chiarire quali meccanismi abbiano più peso nella tua situazione, evitando di ricondurre tutto alla sola autostima.

Come aumentare l’autostima: 7 esercizi e passi concreti

Per aumentare l’autostima e la fiducia in sé può essere utile intervenire sia sul modo in cui interpreti gli eventi sia sulle scelte quotidiane. Le proposte seguenti si ispirano ai materiali del Centre for Clinical Interventions e alle indicazioni dei servizi sanitari NHS e HSE. Sono spunti di autoosservazione, non un trattamento personalizzato.

Scegli un solo punto da cui iniziare. Prova ad applicarlo a una situazione circoscritta: una correzione sul lavoro, una preferenza da esprimere, una richiesta che tendi a evitare.

1. Separa il fatto dal giudizio su di te

Quando compare una frase come «Non sono all’altezza», chiediti che cosa è successo concretamente. Descrivere un episodio con precisione permette di individuare un problema su cui agire.

Ecco un esempio costruito a partire dalla richiesta di modifica dell’inizio:

Da una correzione sul lavoro a un’azione concreta
PassaggioEsempio
Fatto osservabileMi è stato chiesto di chiarire due punti della proposta.
Giudizio automaticoNon sono capace di fare questo lavoro.
Informazioni da verificareQuali parti sono poco chiare? Che cosa serve aggiungere?
Valutazione più equilibrataDue punti richiedono una revisione. Questo dato, da solo, non descrive tutte le mie competenze.
Azione possibileChiedere un chiarimento e correggere i passaggi indicati.

La risposta alternativa deve essere credibile. Se hai commesso un errore importante, puoi riconoscerlo, assumerti la responsabilità e cercare una riparazione. Rivolgerti un insulto non rende più preciso il problema e non indica come affrontarlo.

Da una correzione a un’azione concreta: distinguere il fatto dal giudizio su di sé, formulare una valutazione equilibrata, chiedere chiarimenti e correggere.

2. Metti alla prova una previsione negativa

Gli esperimenti comportamentali aiutano a confrontare ciò che ti aspetti con ciò che accade. Si parte da un tentativo piccolo, in un contesto sufficientemente sicuro.

Per esempio, temi che chiedere un chiarimento ti faccia apparire incompetente:

  1. Scrivi la previsione: «Se faccio questa domanda, il collega mi risponderà che avrei già dovuto saperlo».
  2. Scegli l’azione: prepara una domanda specifica e rivolgila a una persona con cui puoi confrontarti.
  3. Osserva il risultato: annota le parole o i comportamenti effettivi, senza presumere di conoscere i pensieri dell’altro.
  4. Rivedi la previsione: la risposta coincide con ciò che temevi? Che cosa hai imparato?

Se la risposta è brusca, non devi raccontartela come un successo. Puoi valutare il contesto, la disponibilità dell’interlocutore e il modo in cui hai formulato la domanda. Anche un esito sgradevole contiene informazioni più specifiche di «Non valgo niente».

3. Riconosci le informazioni positive che tendi a scartare

Se registri soltanto gli errori, il resoconto della giornata resta incompleto. Puoi annotare un comportamento concreto che esprima una qualità: aver mantenuto un impegno, ascoltato con attenzione o chiesto aiuto quando serviva. Il lavoro sul riconoscimento delle qualità personali è presente nei materiali CCI.

Evita formule generiche che non senti tue. «Ho avvisato in tempo di un ritardo» può essere una prova di attenzione verso gli altri, anche se la giornata non è andata come speravi.

Questo esercizio serve a considerare più informazioni su di te. Non è una contabilità dei meriti: il diritto al riposo, al rispetto e alla cura non dipende dal numero di risultati ottenuti.

4. Trasforma un obiettivo generico in un gesto osservabile

«Voglio sentirmi sicuro» esprime un desiderio, ma non suggerisce da dove cominciare. Un passo più concreto è: «Al prossimo incontro esprimerò una preferenza su un punto che conosco».

Scegliere obiettivi realistici e suddividerli in piccoli passaggi è una delle indicazioni dell’HSE.

Se il tentativo sembra troppo impegnativo, puoi preparare la frase o provarla prima con una persona disponibile. Per valutare come è andata, considera anche ciò che hai fatto: aver espresso una preferenza è un’informazione utile, anche se la voce tremava.

La gradualità permette di adattare il passo alle tue possibilità. Un tentativo rimandato può suggerire di ridurre la difficoltà o scegliere un momento diverso.

5. Allenati a esprimere una preferenza o un limite

L’assertività consiste nel comunicare bisogni e opinioni rispettando anche quelli altrui. Il NHS la include tra le strategie utili per lavorare sull’autostima.

Puoi cominciare da una frase breve: «Controllo i miei impegni e ti rispondo domani», oppure «Questa sera preferisco riposare; possiamo sentirci sabato?».

Prima di rispondere automaticamente sì, concediti il tempo di capire che cosa desideri e che cosa puoi sostenere. Puoi riconoscere il dispiacere dell’altra persona mantenendo la tua decisione. Una preferenza diversa non cancella, da sola, l’attenzione che hai per il rapporto.

6. Rendi più flessibile una regola troppo rigida

Prova a completare una frase: «Per essere una persona accettabile devo sempre…». Potrebbero emergere regole come «essere utile», «riuscire da solo» o «non deludere nessuno».

Osserva quanto ti costano e se prevedono eccezioni realistiche. Nel modello CCI, rivedere le regole rigide è uno dei passaggi del lavoro sulla bassa autostima.

Per esempio, «Devo riuscirci senza aiuto» può diventare: «Posso provare in autonomia e chiedere indicazioni quando mi mancano informazioni». Poi scegli un’occasione concreta per applicare la nuova regola.

Puoi mantenere l’impegno e la responsabilità lasciando spazio alla possibilità di imparare. Una richiesta di aiuto non esaurisce ciò che sai fare né ciò che puoi diventare capace di fare.

7. Considera anche l’ambiente in cui vivi

Il rapporto con te stesso risente anche delle relazioni. Tra le indicazioni del NHS c’è quella di coltivare rapporti in cui ci si senta apprezzati e rispettati.

Se ricevi svalutazioni ripetute, richieste contraddittorie o umiliazioni, osserva anche queste condizioni. Non ogni critica è una distorsione della tua percezione; alcune situazioni richiedono un limite, un confronto o un sostegno esterno.

Puoi chiederti: «Questa osservazione riguarda un comportamento preciso? Mi permette di capire cosa cambiare? Posso rispondere senza essere umiliato?». Se fai fatica a orientarti, parlarne con una persona fidata o con un professionista può aiutare a valutare il contesto.

Tre gesti da cui partire: chiedere un chiarimento, esprimere una preferenza, riconoscere un gesto utile. Scegline uno, piccolo e concreto.

Come capire se l’autostima sta migliorando

I cambiamenti possono comparire nei comportamenti prima che nella sensazione di sicurezza. Puoi osservare, per esempio, se riesci a descrivere un errore con maggiore precisione, accettare un complimento senza smentirlo subito, esprimere una preferenza o riprendere un’attività dopo una difficoltà. Sono spunti di osservazione, non una scala clinica.

Scegli uno o due episodi da rileggere a distanza di tempo. Chiediti: «Che cosa ho fatto questa volta? Come ho risposto al giudizio negativo? Quale passo posso ripetere?». Il confronto con situazioni concrete può essere più utile del controllo continuo su quanto ti senti sicuro.

Una giornata difficile non è sufficiente per descrivere l’andamento dell’intero percorso. Può indicare che hai bisogno di riposo, di un obiettivo più piccolo o di maggiore sostegno.

Quando chiedere un supporto psicologico

È utile confrontarsi con uno psicologo quando la svalutazione è persistente, provoca sofferenza o restringe scelte importanti: studio, lavoro, relazioni e cura di sé. Merita attenzione anche quando si accompagna a umore depresso, forte ansia, isolamento o perdita di interesse per attività prima significative.

Un percorso può aiutare a comprendere le convinzioni su di sé, riconoscere ciò che le mantiene e individuare modalità di intervento adatte alla situazione.

L’autostima può migliorare, ma gli esiti variano. Una revisione della terapia cognitivo-comportamentale basata sul modello di Fennell ha rilevato risultati promettenti, pur su un numero limitato di studi e senza chiarire quanto questi interventi si distinguano da quelli rivolti ai sintomi depressivi.

Una meta-analisi più ampia, su 119 studi, ha riscontrato un beneficio medio degli interventi esaminati negli adulti. Gli autori segnalano però differenze tra gli studi e possibili distorsioni di pubblicazione: i risultati non permettono di garantire lo stesso esito a ogni persona.

Per iniziare un confronto non occorre aver già capito tutte le cause. Puoi portare un episodio concreto: una critica a cui continui a pensare, una possibilità evitata, una richiesta che non riesci a esprimere. Nella pagina dedicata al colloquio psicologico trovi informazioni sul servizio.

Domande frequenti sulla bassa autostima

La bassa autostima è una malattia?

La bassa autostima descrive una valutazione negativa di sé e non costituisce, da sola, una diagnosi. Può essere una difficoltà autonoma o accompagnare altri problemi. Per comprenderla contano la storia personale, il contesto, la sofferenza e le conseguenze nella vita quotidiana.

Si può avere poca autostima anche ottenendo buoni risultati?

Sì. Le competenze e i risultati non coincidono con il valore che una persona si attribuisce. Puoi essere capace nel lavoro e continuare a svalutarti, oppure riconoscere un successo soltanto per poco, prima di cercare un’altra conferma. Per questo lavorare sull’autostima richiede attenzione anche al modo in cui interpreti i risultati.

Quanto tempo serve per aumentare l’autostima?

Non esiste una durata valida per tutti. Contano la situazione di partenza, le difficoltà associate, l’ambiente e il percorso scelto. Gli studi descrivono risultati medi di interventi diversi, non scadenze individuali. È più utile individuare cambiamenti concreti e rivalutarli nel tempo.

Si può migliorare l’autostima senza andare dallo psicologo?

Le strategie di autoaiuto possono offrire un punto di partenza: osservare l’autocritica, scegliere piccoli obiettivi e sperimentare risposte diverse. Se però la svalutazione persiste, causa sofferenza o limita la vita, è opportuno chiedere un confronto professionale. La necessità di supporto dipende dall’impatto della difficoltà, non da una prova di volontà.

Ripetere frasi positive aiuta ad aumentare l’autostima?

Le frasi positive, da sole, non esauriscono il lavoro sull’autostima. Può essere più utile formulare risposte credibili, collegate a fatti e azioni: «Questa parte richiede una revisione» permette di intervenire meglio di «Sono perfetto». Riconoscere un limite e trattarsi con rispetto possono andare insieme.

Esiste un test per la bassa autostima?

Esistono questionari come la Rosenberg Self-Esteem Scale, composta da dieci affermazioni sulla percezione di sé. Il punteggio esplora un aspetto dell’autostima: non misura il valore umano e non basta per una diagnosi. Va interpretato considerando versione utilizzata, popolazione di riferimento e situazione personale.

Questo contenuto ha finalità informative e non sostituisce una valutazione psicologica o un trattamento personalizzato.

Bibliografia

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Prof. Fabrizio Arrigoni
Neuropsicologo · Psicotraumatologo · Docente universitario · Albo OPL 20500

Fabrizio Arrigoni è neuropsicologo, psicotraumatologo e docente universitario con più di 30 anni di esperienza clinica e di ricerca. Riceve a Cremona e online. Si occupa di psicologia clinica, trauma, regolazione del sistema nervoso e percorsi personalizzati costruiti sulla persona.